Pino_Marinelli
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Inviato: Dom Gen 27, 2008 1:39 pm Oggetto: Un nuovo film su " I BRIGANTI nel 2008 ? |
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Tratto dal sito
http://www.directorscup.it/2007/05/05/prima-uomini-poi-briganti/
Prima Uomini Poi Briganti di Paolo 4 Views
5 May 2007
Ospitiamo, da oggi, il regista Carlo Fusco, allievo di Domenico D’Alessandria, socio della B&F Corporation And Passion Films SRL ed autore dei film "La straniera", premiato e distribuito da Silvano Agosti, e "Lucania storia infinita " attualmente in distribuzione nei circuiti d’essai in Italia e all’estero. Fusco ci presenta la lavorazione del lungometraggio storico "Prima uomini poi briganti": nel cast artistico Franco Nero, Tony Kendall, Angelo Infanti, Cosimo Fusco, Filippo Timi, Manuela Gatti, Mihaela Damian. Per iniziare, il regista ci racconta il tema del film, e perché ha deciso di realizzarlo.
La Storia
Dal 1860 al 1865 si può parlare del vero moto rivoluzionario conosciuto come brigantaggio, parola derivata dalla lingua francese.
Dopo codesto periodo è stato eretto dal potere italiano un muro di silenzio sia attorno alle vere cause dell’unità italiana, sia attorno alla resistenza del popolo (il cosiddetto brigantaggio post-unitario).
Il Regno delle Due Sicilie era costituito da due diverse amministrazioni, quella delle province napoletane (che comprendeva tutte le regioni continentali, dagli Abruzzi alle Calabrie) e quella siciliana. La popolazione del Regno era all’incirca di nove milioni d’abitanti; il Regno era uno dei più fiorenti d’Europa, la moneta circolante nelle Due Sicilie era pari a 443,2 milioni di lire, oltre il doppio di tutte le altre monete circolanti nella penisola italiana. Infatti già dal 1818 l’industria tessile e quella metalmeccanica erano i due principali settori trainanti dell’economia duosiciliana, e molti stranieri trovarono conveniente investire nel Regno…
Con l’avvento dei piemontesi si formarono i latifondi. Il Regno, in quegli anni, aveva dunque una forte economia, con una stabile e solida moneta, ma non aveva un forte esercito. L’amministrazione dello Stato, dopo i malanni apportati dall’occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di evoluzione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio borbonica, la Calabria prima dell’unità d’Italia era la più ricca regione della penisola italiana: l’industrializzazione iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute, e per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana; la produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione; nelle Puglie ed in Basilicata vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e di lino, la cui produzione veniva esportata in tutto il mondo. Vi erano anche centinaia di filande, di cui molte motorizzate. Famose anche le fabbriche di presse olearie. La Campania del 1860 era la regione più industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta - Salerno. In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa, dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Questo era il Regno prima dell’unità d’Italia.
Per comprendere il brigantaggio postunitario bisogna partire da un cambio dinastico: i Savoia presero il posto dei Borboni, ed assoggettarono l’intero Mezzogiorno al Regno di Sardegna. Ciò comportò una serie di "cause immediate", che associate a quelle "predisponenti" generarono il brigantaggio. Tra le cause immediate vanno annoverate il vuoto di forze politiche e militari filopiemontesi, la linea politica antidemocratica ed impopolare voluta dapprima dal Governo Prodittatoriale Lucano e, successivamente, dal governo di Torino (aumento del prezzo del pane, dell’olio e del sale, la coscrizione militare) tramite la Luogotenenza Napoletana; tra le cause predisponenti vanno ricordate la secolare questione demaniale, i forti e laceranti contrasti sociali tra "cafoni e galantuomini", la passività, la negligenza e la corruzione in cui versavano le autorità giudiziarie, amministrative e di polizia dell’intero Mezzogiorno.
A tutto questo si aggiunse la presenza di numerosi comitati borbonici, specie in Basilicata (29 in tutta la regione), i quali iniziarono a contattare le bande di briganti preesistenti e ad assoldarle alla loro causa. Alla fine del gennaio 1861 i comitati borbonici del Vulture-Melfese contattarono Crocco e Mastronardi, che erano a capo di una banda composta da una decina di persone; costoro da allora iniziarono ad assoldare uomini per la causa borbonica. Per Crocco, un pastore di Rionero in Vulture che si era dato alla macchia per evitare l’arresto in seguito ai reati commessi sotto il regime borbonico (e per i quali aveva ricevuto promesse di amnistia da parte del Governo Prodittatoriale Lucano), non fu difficile reclutare uomini, sfruttando il profondo malessere Sociale dei contadini lucani e la coscrizione militare ripristinata dai piemontesi.
Questo è in grandi linee quello che accadde nel lontano 1861.
Nonostante il tutto faccia parte della nostra storia, nelle scuole (soprattutto in quelle del nord) se ne parla poco: basti pensare che facendo un indagine, su 100 studenti 50 non sanno cosa sia, 30 associano i briganti ai mafiosi e solo i restanti dieci hanno le idee più o meno chiare.
L’Idea
L’idea di realizzare un lungometraggio mi è venuta nel lontano 1999, cioè quando quasi per magia mi ritrovai assistente volontario del maestro Pasquale Squitieri sul set del suo film "Li chiamarono briganti" e conobbi il Dott. Michele Di Cugno, lo storico chiamato dal regista per supervisionare i fatti, che è d’origine lucana come me.
Subito pensai che ricostruire la Lucania del lontano 1861 in provincia di Roma (precisamente ad Artena) era bizarro, per il semplice motivo che nella Lucania di oggi nei boschi, in alcuni paesi e nelle campagne nulla è variato: basti pensare che in alcuni punti del bosco di Monticchio o di Forenza ci sono ancora le vere grotte dove si nascondevano i briganti.
Dopo quell’esperienza cinematografica ho cominciato ad approfondire l’argomento, ho visitato l’intera regione (paesi, campagne, boschi, ecc.) e dopo tanti anni (chiaramente intervallati da altri lavori) posso dire di conoscere l’argomento e di sapere dove si nascondeva Crocco (il generale dei briganti) e conoscere la grotta dove si nascose il generale Borjes appena sbarcato sulla spiaggia calabrese.
Non tutti possono dirigere il film sul brigantaggio, in quanto non basta essere un bravo regista o conoscere la storia raccontata dai libri, ma bisogna riviverla sui posti, provare l’emozione nel sentir parlare i nonni che l’hanno vissuta in prima persona, bisogna aver visto la miseria con i propri occhi, bisogna aver nel sangue un po’ di brigantaggio.
Prima di decidere se fare o meno un film sui briganti ho fatto un’indagine, durata sei mesi, incontrando direttamente circa 250 mila persone (uomini, donne e anziani) e suscitando il loro interesse: basti pensare che in alcuni comuni (per es., Genzano Di Lucania, in provincia di Potenza) circa duemila persone si sono proposte volontariamente come figuranti, hanno offerto le loro masserie, i loro animali (cavalli, galline, mucche), i loro prodotti (grano, mele, farina) per la buona riuscita del film. Ho incontrato queste persone nei loro paesi, organizzando - grazie l’aiuto dei sindaci - conferenze sul brigantaggio post-unitario (con innumerevoli articoli usciti sui quotidiani locali); non dimenticherò mai la promessa fatta ad un anziano seduto in prima fila che mi disse: "davanti al sindaco devi farmi una promessa, che se giri il film mi fai fare la comparsa, prima di morire voglio vedermi nel film dei briganti".
La cosa buffa è che l’interesse suscitato a Torino o Milano non è minore.
Poi ho fatto un’altra indagine via internet, contattando molte associazioni di Italiani nel mondo (l’oggetto dell’email era "Oh, brigante o emigrante.."): mi hanno risposto dall’Argentina, Canada, Stati Uniti, Germania, Svizzera, Francia, Australia, migliaia di persone che aspettano questo film; mi sostengono anche tutte le associazioni di neoborbonici d’Italia, basti pensare che quando saltò fuori la notizia che Mel Gibson voleva fare il film sui briganti (rivelatasi falsa), il Presidente di una di queste associazioni si prese la briga di contattare il manager di Gibson per fargli presente di tenermi in considerazione magari per una co-regia.
Il Film
Arriviamo al tipo di film che spero potrò realizzare: durerà circa due ore, e sarà a colori, con alcuni flashback in bianco e nero; la fotografia sarà molto naturale, e sfrutterà i colori stupendi di ottobre, i tramonti e l’alba: una fotografia molto vicina a quella dei paesi dell’est, il tutto grazie al maestro Angelo Strano, che ha capito ciò che voglio nel film. Moltissimi primi piani sottolineeranno lo stato d’animo dei personaggi (quasi fosse un film western), mentre in battaglie di massa si sprigionerà la crudezza dei briganti, a volte armati di soli attrezzi agricoli, con una musica incalzante simile talvolta a quella gregoriana.
Il brigantaggio verrà visto con gli occhi della miseria: si vedrà prima l’uomo e poi il brigante, vedremo la forza delle brigantesse che voglio associare alle donne di Zurigo che nel lontano passato salvarono la loro città.
Crocco non sarà nè un eroe nè un comune delinquente, ma un uomo che oggi non c’è più.
Non si metterà in discussione l’Unità d’Italia ma una delle leggi più crudeli della nostra storia (la Legge Pica) della quale è stato fatto cattivo uso.
Capiremo il perchè si era brigante o emigrante (finito il brigantaggio la popolazione meridionale cominciò ad emigrare).
Il linguaggio del film sarà semplice: a volte, nei momenti d’ira, i protagonisti parleranno in lucano, perchè il 90% dei briganti era analfabeta (il loro generale Crocco non era fra questi).
Speriamo che questo film venga "girato"
Pino Marinelli
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